Luciana Squadrilli. Una passione senza confini geografici.

Una vita passata fra Napoli e Roma, migliaia di chilometri percorsi in lungo e in largo per il globo, alla scoperta dei sapori più buoni e ricercati e di storie che valga la pena raccontare.

Oggi vi parliamo di Luciana Squadrilli, giornalista freelance esperta in comunicazione e marketing.
Ha iniziato a scrivere nel 2005 per gambero rosso ed oggi è autrice per riviste e libri come “Marketing del Gusto” (2015, con Slawka G. Scarso) e “Marketing dei Prodotti Enogastronomici all’Estero” (2017, con Slawka G. Scarso e Rita Lauretti) entrambi per LSWR, e “La Buona Pizza “ insieme a Tania Mauri e Alessandra Farinelli, (Giunti, 2016) con cui cura anche il blog pizzaontheroad.eu.
Collabora con varie testate italiane e straniere fra cui Gazza Golosa e Great Italian Chefs. Assaggiatrice di olio, il suo blog personale è Troppobuono!

Siamo riusciti ad intercettarla di ritorno dal Giappone e nonostante il fuso orario si è prestata volentieri a rilasciarci una breve intervista. Non ci rimane che augurarvi una buona lettura.

Leggendo il tuo cv culinario è impossibile non rimanere colpiti da una cosa: sei assaggiatrice di olii extra vergine d’ oliva, come lo sei diventata? 

Rimasi affascinata dalla lezione dedicata all’olio extravergine che tenne Marco Oreggia al master in Comunicazione e giornalismo enogastronomico del Gambero Rosso, nel 2002, scoprendo un mondo di cui non immaginavo l’esistenza. Così decisi di seguire il corso organizzato dall’Unaprol – diretto da Giulio Scatolini – al termine del quale sono diventata assaggiatrice. Da allora ho curato la prima edizione della guida Oli d’Italia del Gambero Rosso, ho collaborato a diverse edizioni della guida Flos Olei di Marco Oreggia e ho fatto parte della giuria di diversi concorsi internazionali tra cui Olive Japan, a Tokyo. Nel 2017 insieme a Simona Cognoli ho scritto un libro dedicato all’argomento: Olio. Lo straordinario mondo dell’olio extravergine d’oliva (Edizioni LSWR).

Sei un’ amante sfegatata della pizza e a tuo dire la mangeresti senza limiti geografici. Sappiamo che per lavoro sei spesso con la valigia in mano, dunque il posto più strano in cui hai mangiato la pizza? Come è stata l’ esperienza?

Se parliamo di “pizza” in senso stretto, direi da Capoli: pizzeria napoletana (associata AVPN) a Tokyo gestita da giapponesi e dove lavorano solo persone del luogo che però anche tra di loro parlano in italiano per ordinare le pizze e chiamare le comande. Pizza piuttosto buona, peraltro!
Durante un pizza tour a New York, invece, ho sofferto nel vedere i miei “compagni di avventura” – americani e indiani – chiedere dell’olio piccante o anche del ketchup da aggiungere sulla loro Margherita (anche quella molto buona) in una pizzeria napoletana!
Però mi piace anche assaggiare le “sorelle” della pizza in giro per il mondo, vale a dire le specialità locali in qualche modo assimilabili alla nostra idea di pizza. Per esempio ho adorato il khachapuri, pane lievitato ripieno o cosparso di formaggio tipico della Georgia (con diverse varianti regionali, come accade pure in Italia).

Il mondo culinario spopola nei programmi tv e su piattaforme di intrattenimento come Youtube, dimostrando di essere un settore in grado di conquistare anche la vista e la fantasia oltre che gli stomaci degli spettatori. Perché pensi che sia così attrattivo dal punto di vista mediatico?

Il cibo ha due caratteristiche principali che lo rendono molto telegenico secondo me: da un lato l’aspetto visivo, decisamente accattivante; dall’altro l’aspetto di condivisione e convivialità che è insito nel suo consumo e spesso anche nella sua preparazione, soprattutto nella cultura italiana, e che quindi invita anche alla condivisione mediatica ma lo rende pure facilmente riconoscibile a tutti. Quella di mangiare e cucinare è un'”esperienza” che in qualche modo ci accomuna tutti e su cui ognuno di sente legittimato a dire la propria… nel bene e nel male. Poi, il cibo è un portentoso elemento di racconto del territorio e della cultura in cui nasce: sempre di più, le persone sono interessate a conoscere come viene preparato un prodotto o un piatto, a vedere i volti di chi lo fa, i luoghi in cui si produce. Questo credo che sia l’aspetto più interessante della presenza – a volte effettivamente eccessiva – del cibo sui vari mezzi di comunicazione.

Il detto dice “siamo quello che mangiamo”: Luciana descriviti attraverso gli ingredienti ideali con cui farciresti la tua personalissima pizza!

Detto che mangio davvero tutto – con pochissime eccezioni – e che soprattutto quando viaggio mi piace sperimentare e conoscere i sapori locali, per la pizza resto piuttosto tradizionalista: pomodoro, fiordilatte, basilico fresco e un buon olio extravergine – e perchè no, anche una generosa aggiunta di Parmigiano – sono i “miei” ingredienti. Potrei aggiungerci anche le melanzane, in ogni forma possibile, ma solo nella stagione giusta!
Poi per lavoro, conoscenza e curiosità non mi tiro indietro nemmeno davanti ai condimenti più elaborati.

La redazione di Read or Diet è per metà italiana e per metà ispanica e in un recente articolo abbiamo confrontato il risotto allo zafferano alla paella. Sui campi da calcio l’ Italia ha spesso sofferto le prodezze della nazionale spagnola, in questo nostro  personalissimo derby culinario tu quale piatto decreteresti vincitore?

Mica facile! Di calcio proprio non mi intendo e sul riso sono in difficoltà perchè è uno dei miei cibi preferiti, in ogni sua forma.
Però certo che una buona paella…

Nonostante il settore della ristorazione vada a gonfie vele, in alcune parti del mondo il cibo è un bene che scarseggia. È una domanda insidiosa, ma non credi che a prescindere dalle facoltà economiche di ognuno il cibo dovrebbe essere un diritto? Come si può affrontare questa necessità secondo te?

Di certo questo è un argomento che non si può ignorare, nè discutere in poche righe. Credo che sempre di più cresca la consapevolezza – e con essa anche azioni concrete – della necessità di affrontare il problema da parte di chi lavora nel settore, sia chi fa informazione sia chi produce o cucina, e questo serve anche a diffondere presso il pubblico temi etici importanti la cui soluzione deve essere per forza collettiva e condivisa – modificando le nostre abitudini di consumo, se necessario, e soprattutto riducendo al massimo gli sprechi – anche se naturalmente spetta alle istituzioni e non ai singoli affrontarli in maniera sistematica e programmatica.
Però credo anche che non si debba cadere nell’estremo opposto “condannando” chi decide di spendere per una cena gourmet o una bottiglia di pregio: ricordiamoci che quello della ristorazione e dell’enogastronomia in generale è un settore importante dal punto di vista economico e quindi sociale, non solo una moda effimera. Personalmente, mi sento molto più in difetto a lasciare nel piatto del cibo scadente che ha però comunque un suo valore, che non a spendere cifre considerevoli per prodotti di ottima qualità o per delle vere e proprie esperienze gastronomiche, ripagando nel giusto modo il lavoro di artigiani, chef o vignaioli che svolgono anche un ruolo importante nel preservare culture, tradizioni e paesaggi.

Luciana la nostra intervista finisce qui! Grazie per la tua disponibilità e per aver condiviso con noi le tue esperienze e di aver soddisfatto le nostre curiosità.

Il team di Read or Diet.

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